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Catastrofe petrolifera nel Golfo del Messico Negli ultimi giorni, sono stati numerosissimi i soci del WWF Svizzera e i media che ci hanno contattato per informarsi circa gli effetti sull’ecosistema locale della catastrofe petrolifera nel Golfo del Messico. Di seguito riportiamo una selezione di risposte alle principali domande. L’elenco viene aggiornato sistematicamente:
1. Cos’è realmente successo nel Golfo del Messico?
Mercoledì 20 aprile, in seguito a un’esplosione, la piattaforma di estrazione ha preso fuoco, sprofondando negli abissi marini il giorno successivo. La maggior parte dei 126 lavoratori presenti sulla piattaforma è riuscita a mettersi in salvo. 11 sono stati dichiarati morti e le ricerche sono state sospese. Dal pozzo petrolifero si riversano giornalmente in mare circa 800 000 litri di greggio. La chiazza di petrolio che si è formata minaccia numerosi Stati USA che si affacciano sul Golfo.
Non si è ancora chiarito il motivo alla base della sciagura. Il petrolio è fuoriuscito in almeno tre punti sul fondo del mare, a una profondità di 1500 metri; nel frattempo è stato possibile chiudere una delle falle.
2. Perché il petrolio disperso nel mare rappresenta un grave problema?
Il petrolio fuoriuscito in mare uccide lentamente e senza clamori, provocando conseguenze durature per l’ecosistema. Come è avvenuto ad esempio per la catastrofe della Exxon-Valdez, i cui effetti sono ancora visibili a oltre 20 anni dall’evento.
3. Che animali minaccia l’onda nera?
Secondo le stime del WWF, l’onda nera minaccia da 400 a 600 specie. Di seguito riportiamo alcuni esempi:
Uccelli: l’onda nera nel Golfo del Messico miete vittime soprattutto tra le aquile di mare testabianca, i pellicani bruni, i sula bassana e le rondini di mare. L’effetto della marea di petrolio è particolarmente devastante in questo periodo dell’anno, poiché è la stagione in cui numerosi uccelli migratori nidificano nelle zone costiere. Essi scambiano la macchia che galleggia sulla superficie del mare per luoghi di sosta e atterrano direttamente nel petrolio. Intrappolati nella marea vischiosa, gli adulti trovano una fine orrenda mentre i loro piccoli, rimasti nel nido, muoiono di fame.
Pesci: il petrolio incolla le branchie dei pesci. Il tonno rosso minacciato di estinzione è in pericolo, come gli squali e l’intero patrimonio ittico che popola le paludi di mangrovie. Da principio il petrolio pregiudica la vita sul fondo marino. In seguito si sposta in superficie e attraversa, tra l’altro, la fascia in cui vive il plancton. Queste microscopiche creature sono alla base della catena alimentare e i pesci, nutrendosene, assimilano anche il veleno.
Anche i mammiferi marini sono vittime dell’onda nera. Il Golfo del Messico ospita 19 specie di balene e delfini. La minaccia incombe tra gli altri su un branco di capodogli che hanno prescelto la zona costiera della Louisiana come territorio di caccia. Le specie che nuotano in queste acque comprendono tra l’altro la balenottera comune e il tursiope, nel Golfo del Messico sono state inoltre avvistate delle megattere. In questa stagione è possibile imbattersi anche in esemplari di cogia di Owen e cogia di De Blainville. Nel caso dei mammiferi marini, gli effetti dell’onda nera perdurano per anni e generazioni. L’80 per cento dei veleni assorbiti dai delfini adulti viene assimilato dai piccoli, attraverso il latte materno.
La catastrofe non risparmia neppure le tartarughe marine che si avvelenano ingoiando grumi di petrolio. Nelle settimane e nei mesi a venire si verificherà una concentrazione delle sostanze velenose e cancerogene nella catena alimentare, poiché i molluschi accumulano i veleni nel proprio organismo e vengono in seguito mangiati da numerose creature.
4. È bene cercare di pulire gli animali e gli uccelli marini coperti di petrolio o è meglio abbatterli?
Per molti di loro la catastrofe significa purtroppo morte sicura. Anche se è possibile catturare gli uccelli e rimuovere il petrolio dal loro piumaggio, le possibilità che sopravvivano sono molto esigue. Secondo gli studi, il 99 per cento degli uccelli che è stato ripulito dal petrolio muore a distanza di pochi giorni dal suo ritorno in libertà, perché la struttura di penne e piume risulta danneggiata.
Il veleno colpisce inoltre gli organi interni di questi animali: durante le operazioni di pulizia, infatti, gli uccelli ingeriscono petrolio e in seguito muoiono per i danni riportati ai reni e al fegato. Già la cattura degli uccelli spesso provoca loro un tale stress da farli morire d’infarto. Pertanto ci si interroga circa l’opportunità di compiere un’operazione di pulizia su ampia scala.
5. Che minaccia rappresenta l’onda nera per le foreste di mangrovie presenti nella zona della catastrofe?
L’onda nera rappresenta una catastrofe naturale per le zone costiere interessate. È possibile infatti ripulire scogli e spiagge, ma si tratta di una soluzione impraticabile nel caso delle foreste di mangrovie poiché le radici avventizie creano una zona inaccessibile.
Persino se si riuscisse a rimuovere il limo, ciò avrebbe effetti devastanti sull’ecosistema. Nel fango delle foreste di mangrovie vivono infatti molluschi, vermi e lumache, che portano il petrolio negli strati più profondi del terreno. Lì, in mancanza di ossigeno, il greggio non può essere degradato e contamina per anni la flora e la fauna. Si calcola che siano necessari minimo 10 anni perché si rigenerino habitat naturali come i fondi limosi e i prati salati.
6. È opportuno incendiare il petrolio?
Si tratta di una soluzione estrema cui ricorrere nel caso si perda il controllo della massa di petrolio. Naturalmente la prassi più indicata è raccogliere il greggio. Bruciare il petrolio può tuttavia dimostrarsi utile per ridurre l’onda nera destinata a raggiungere la costa, riducendo così l’effetto devastante di questa massa vischiosa. Le sostanze nocive prodotte dalla combustione si riversano tuttavia nell’acqua o nell’aria. Esse comprendono metalli pesanti, sostanze cancerogene e composti di zolfo.
7. Il WWF Svizzera opera nel Golfo del Messico?
No, il WWF Svizzera non è coinvolto in alcun progetto nel Golfo del Messico. Si impegna tuttavia strenuamente per la costituzione di aree marine protette e per l’applicazione di metodi di pesca sostenibili in altre regioni del mondo, come ad esempio l’Africa orientale.
8. Quali sono le richieste del WWF?
L’inabissarsi della piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico mostra ancora una volta il rischio enorme e incalcolabile insito negli impianti petroliferi e per l’estrazione di gas naturali collocati in mare aperto. Sia questo incidente che quello avvenuto lo scorso anno nelle acque australiane non riguardano piattaforme di estrazione antiquate e in cattive condizioni, bensì piattaforme di ultima generazione. Ciò dimostra che gli incidenti possono avvenire anche in impianti moderni, poiché le trivellazioni vengono effettuate a profondità e a distanze dalla costa sempre maggiori.
Il rischio aumenta negli abissi, poiché a profondità che possono raggiungere i 2000 metri l’intervento umano è escluso e le eventuali riparazioni devono essere effettuate mediante robot sommergibili. Il controllo di tali apparecchiature risulta tuttavia estremamente complesso. Il WWF richiede quindi che si sospendano le estrazioni di petrolio e di gas naturali in zone che presentano rischi tanto elevati.
La catastrofe nel Golfo del Messico rappresenta un’ulteriore freccia nell’arco di coloro che chiedono di rinunciare tempestivamente all’energia fossile e di puntare maggiormente sulle energie rinnovabili come il vento, il sole e l’acqua.
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